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Breve storia
della
diocesi cefaludense

1. Le Origini della Diocesi cefaludense
Sulle origini della Diocesi cefaludense sono state avanzate e proposte diverse ipotesi. Tra le più significative ed eloquenti se ne devono evidenziare almeno tre: quella di mons. Lancia di Brolo, quella di mons. Fertitta e quella di mons. Misuraca. L'Arcivescovo di Monreale, mons. Lancia di Brolo, sostiene che Cefalù non ha avuto Vescovado prima della fondazione ruggeriana. Riguardo la notizia che vuole Niceta presente al Concilio Costantinopolitano IV, chiamato Niceta Deo amicissimo Episcopo Cephaludii, - secondo il Presule - è da considararsi soltanto un semplice titolo.
Mons. Fertitta, cefaludese e Vescovo di Cava e Sarno, afferma che la Diocesi di Cefalù sarebbe esistita prima dell'anno 451. Egli riprende la greca Diatiposi e riporta il seguente ordine dei Vescovi suffraganei al siracusano: Catanae, Tauromeneii, Messanae, Cefhaledii, Thermarum, Panormi, Lilybaei, Trocaleorum, Agrigentii, Tyndari, Leontines... Una disposizione - secondo il Fertitta - che non è tale per successione alfabetica, né per una di luogo in quanto dopo Siracusa verrebbe Lentini e non Catania. L'ordine procede per antichità di erezione delle Diocesi. Per questo - sostiene il Fertitta - se a Marsala (Lilybaei) esisteva il Vescovado già nel 451 a Cefalù doveva esistere prima di questa data. Mons. Misuraca, cefaludese, Arcivescovo e Nunzio Apostolico, trascrive un elenco di Diocesi con la rispettiva data di fondazione in ordine di antichità e afferma che sino al VII secolo a Cefalù non si trova accenno dell'esistenza della Diocesi. Gli unici due documenti in cui ci si imbatte sono la greca Diatiposi e l'affermazione che al Concilio Costantinopolitano IV partecipa il Vescovo Niceta. Mons. Misuraca conclude che prima del secolo IX a Cefalù esisteva un vescovo residenziale e il vescovato sarebbe scomparso in seguito all'invasione musulmana.

2. La rifondazione ruggeriana
Certamente a Cefalù c'era il Vescovato prima che l'invasione musulmana cancellasse completamente le tracce di ogni istituzione. La rifondazione della Diocesi iniziò negli anni 1130-1131 ad opera di re Ruggero che, oltre a costruire la Città, pensò a coloro che avrebbero dovuto provvedere e curare la rinascita della comunità ecclesiale. A tal fine, nel settembre del 1130, si reca personalmente a Bagnara in Calabria, dove c'era un cenobio di Canonici di S. Agostino, per prendere direttamente contatto e costituire una canonia che officiasse nel nuovo Tempio cefaludese. Gli Agostiniani, infatti, si addicevano bene all'erigenda diocesi, nella quale esisteva ed operava il rito bizantino, perché avrebbero fatto da tramite tra la cultura latina e quella greca. E ciò perché tra i latini, in quel periodo, gli agostiniani erano la comunità liturgica che meglio di ogni altra poteva mediare le due culture.
Arrivarono a Cefalù nel 1137 quando ancora la S. Sede non aveva riconosciuto la nuova Diocesi: indugio causato dai difficili rapporti che intercorrevano tra Ruggero II e Papa Innocenzo II. Un riconoscimento che non arrivò nemmeno quando Ruggero pacificò con Papa Innocenzo II. Fu allora che il Re, in virtù della Legatia Apostolica, nel 1140, elesse a Vescovo di Cefalù il Priore del cenobio cefaludese, Jocelmo, e successivamente, nel 1150, il nuovo Priore Arduino. Queste elezioni non vennero confermate dal Papa. Alla morte di Re Ruggero la S. Sede riconobbe e approvò la nuova diocesi: nel 1166 confermò l'elezione a Vescovo di Fra Bosone de Gorram, un normanno canonico di S. Agostino.
Successivamente, il 9 aprile del 1171, Papa Alessandro III inviò al Vescovo Bosone la Costituzione Apostolica della Diocesi cefaludense. Essa comprendeva: Cefalù, Mistretta, Tusa, Pollina, Gratteri, Isnello, Collesano, Polizzi, Caltavuturo, Sclafani, Alcusam, le Chiese di S. Nicola di Malvicino, di S. Nicola di Polizzi, di S. Maria di Gibilmanna, di S. Iconio di Gratteri e di S. Giovanni di Roccella, quelle di S. Lucia di Siracusa, di S. Maria di Cammarata e del Salvatore di Capizzi.

3. I primi secoli dalla rifondazione
Il primo periodo di storia della Chiesa cefaludense si caratterizzò per l'intensa, forte e viva attività religiosa dei monaci agostiniani che, grazie ai privilegi ruggeriani, riuscirono a rifondare l'auspicata comunità ecclesiale. Con l'inizio del XIII secolo i Vescovi non sempre riuscirono a mantenere i privilegi loro accordati da Ruggero. La struttura religiosa costruita dai Normanni cominciò a manifestare diversi limiti. L'equilibrio normanno si dimostrò difficile ed instabile e si cominciò a tendere all'autonomia anziché all'integrazione. Con il secolo XIV, infine, ebbe inizio un periodo di divergenze tra Vescovi, Capitolo, Re e Santa Sede che si acuirono durante lo Scisma d'Occidente e si conclusero solamente nella prima metà del XV secolo, quando Re Alfonso tolse al Capitolo il diritto di eleggere il Vescovo. Si iniziò nel 1329 quando dopo la morte del vescovo Ruggero, il Papa non confermò l'elezione di fra Tomaso da Butera che dopo due anni rinunziò al vescovado. Eletto il messinese fra Roberto Campolo venne nominato da Giovanni XXII ma per essersi opposto a Pietro II D'Aragona venne da questi espulso. Venne quindi eletto fra Pietro da Caltagirone ma non ricevette la nomina del Papa perché era rimasta in sospeso la questione del Campolo. Si dovette così aspettare al morte di quest'ultimo, avvenuta nel 1342, prima di eleggere il nuovo Vescovo: passarono 13 anni nei quali la Sede vescovile restò di fatto vacante. I problemi si complicarono ulteriormente, un cinquantennio dopo, durante il grande Scisma d'Occidente quando il Vescovo Guglielmo Salomone si oppose a Re Martino I che aveva avuto da Clemente VII l'investitura del regno di Sicilia. Re Martino depose il Vescovo Guglielmo e affidò il vescovado a fra Giuliano da Mileto che non venne riconociuto dal capitolo e per questo ricevette la nomina solamente dopo otto anni dalla presentazione. Essendo avanzato negli anni, Papa Innocenzo VII gli affiancò come coadiutore il canonico della Cattedrale Fra Filippo da Butera. Ma alla morte di fra Giuliano mentre il Re confermava fra Filippo, il capitolo eleggeva Andrea Campisio da Polizzi.
Cessava, intanto, in questi anni la dinastia aragonese e Ferdinando I di Castiglia eleggeva a Vescovo di Cefalù Fra Antonio da Firenze, confermato dall'antipapa Giovanni XXIII. La situazione si presentò piuttosto complessa e complicata dato che la cattedra cefaludense era ambita da 3 eletti vescovi: Fra Filippo da Butera, Fra Antonio da Firenze e Andrea Campisio. La Santa Sede per risolvere la questione inviò un amministratore apostolico nella persona di Fra Filippo Gambacorta, dell'Ordine dei Domenicani. Questi escogitò un compromesso: Fra Filippo avrebbe retto la Diocesi come Vescovo mentre Pietro la Visione, che nel frattempo il capitolo aveva eletto in sostituzione del Campisio, ne sarebbe stato coadiutore. Ma la situazione si complicò ulteriormente quando l'antipapa Benedetto XIII confermò Fra Filippo. Questi fatti portarono Re Alfonso a togliere il diritto di elezione del Vescovo di Cefalù al Capitolo della Cattedrale e con lettere regie l'1 novembre 1422 presentò al Papa il nuovo Vescovo di Cefalù: Antonio di Pontecorona.
La nuova situazione nella quale il Vescovo era eletto dal Re se da un lato pose fine alle contese, dall'altro lato provocò un nuovo problema: sulla cattedra cefaludense si succedettero dei Vescovi che restarono in sede per poco tempo, quando addirittura non vennero nemmeno a Cefalù. Dal 1492 al 1525, in poco più di un trentennio, si succedettero 7 Vescovi dei quali cinque si fermarono solamente appena un anno.

4. La riforma tridentina
Anche se al Concilio di Trento partecipò il Vescovo Francesco d'Aragona chi iniziò la riforma in Diocesi fu il Vescovo Ottaviano Preconio che nel 1584 celebrò il primo Sinodo Diocesano. Avviò una profonda innovazione ma si scontrò con diversi problemi che condizionarono l'applicazione del Tridentino. La Diocesi non risentì dell'istituzione tridentina della figura del Parroco e per questo restò ad operare il vicario curato cooperato, in molti casi, dai cappellani curati. Ciò perché l'applicazione dei decreti tridentini sulla istituzione delle parrocchie venne ad urtare contro i diritti locali plurisecolari: paura del nuovo, difesa di privilegi inveterati, interessi personali e di gruppo. Divenne comune il principio che fino a quando non sarebbe stata attuata la riforma parrocchiale, voluta dal Concilio, unico parroco della Diocesi sarebbe stato il Vescovo.
L'attuazione del tridentino nella Diocesi cefaludense passò attraverso la celebrazione di alcuni Sinodi Diocesani che, come del resto in tutte le Diocesi siciliane, mancarono della periodicità annuale auspicata dal Concilio. I Sinodi cefaludesi, infatti, generalmente non durarono più di un giorno e trattarono diverse materie: seminario e disciplina dei chierici, vicari curati e cappellani, amministrazione dei sacramenti, catechesi, peccati riservati, maestri di scuola e norme sull'insegnamento, rapporti tra latini e greci, libertà e immunità degli ecclesiastici.
Il massimo sviluppo del rinnovamento in Diocesi si ebbe tra il XVI e il XVII secolo. Nacquero, infatti, Associazioni e Confraternite, proliferarono Istituzioni e Fondazioni religiose, vennero costruite o ricostruite Chiese. Ciò che maggiormente evidenziò questo incremento fu la fondazione di diverse case religiose. A Cefalù arrivano i Domenicani (1502), gli eremiti di S. Agostino (1560), i Minori Osservanti (1588), i Carmelitani (1589), I Mercedari scalzi (1629); a Polizzi Generosa i Domenicani (1420), i Frati Minori Cappuccini (1538), i Carmelitani (1549), i Fatebenefratelli (1591); a Collesano i Minori Conventuali (1451) i Domenicami (1520), i Minori Cappuccini (1568) e i Minori Osservanti Riformati (1610). A Tusa i Minori Conventuali (1582) e i Frati Minori Cappuccini (1582); a Mistretta i Frati Minori Cappuccini (1569) e i Minori Osservanti Riformati (1610). Ed ancora i Minori Conventuali a Gratteri (1500), Isnello (1572) e S. Stefano (1580); I Minori Osservanti a Castelluccio (1624) e a Caltavuturo (1628); i Frati Minori Cappuccni a Pettineo (1579 ) e Gibilmanna (1535); I Mercedari a Montemaggiore (1623)

5. I secoli della decadenza
Alla crescita dei secoli XVI e XVII fecero seguito due secoli nei quali si sgretolarono progressivamente le diverse strutture religiose. La causa è da ricercare nei difficili rapporti che caratterizzarono le relazioni dei Vescovi con i canonici della cattedrale. Si iniziò alla morte del Vescovo Muscella, avvenuta nel 1706, quando venne eletto a Vescovo di Cefalù l'abate di Santa Lucia di Milazzo don Francesco Barbara che non venne accettato dalla S. Sede. Il Re non fece altra presentazione al Pontefice e bisognò attendere la morte del Barbara prima della nuova elezione vescovile. Cefalù restò senza Vescovo per un quindicennio. <Cfr. Editto per la riforma del numero degli Ecclesiastici di questa Cattedrale, e Diocesi di Cefalù, 1729, pp. 1-14.> e solamente nel 1732 venne nominato a Vescovo il palermitano mons. Domenico Valguarnera. In questo periodo la diocesi contava più di 40.000 anime, c'erano 589 sacerdoti, 212 chierici, 29 vicarie curate, 264 chiese, 26 conventi e 12 monasteri.
Nell'intento di portare avanti la sua opera pastorale il Valguarnera entrò in contrasto con una potente fazione del capitolo tanto che fu costretto al ritiro a Palermo dove morì nel 1751. Anche il successore, Agatino Maria Riggio, nel tentativo di attuare la sua azione pastorale fu costretto ad abbandonare finendo col preferire alla Sede episcopale di Cefalù la carica di Giudice della Regia Monarchia. Questi fatti provocarono il diretto controllo del Capitolo da parte del canonico Piraino tanto che all'indomani della rinunzia del Riggio fu eletto Vicario Capitolare <Cfr. Registrum Civile anni 1754-1755>

6. I nuovi confini della Diocesi
I contrasti, sospesi nella seconda metà del XVIII secolo per la santità di vita dei Vescovi Castelli e Vanni, andarono avanti fino all'inizio del nostro secolo. Altro momento di forte tensione si ebbe all'inizio del XIX quando nel 1804 venne nominato come Presule di Cefalù il Vescovo di Lipari mons. Domenico Spoto. Questi era anziano e chiese come ausiliare il giovane arciprete di S. Stefano di Camastra: il Sac. Giovanni Sergio. L'invidia provocò il resto. Morto mons. Spoto mentre il re presentò il nuovo Vescovo nella persona del Sergio, una parte del Capitolo della Cattedrale non solo non lo accettò ma elesse a Vicario capitolare dapprima il decano Antonio Musso e poi l'arcidiacono Di Martino. La Curia Metropolitana di Messina invalidò l'elezione capitolare e nominò vicario generale mons. Sergio che peraltro era ben visto dal Senato di Cefalù. Solamente nel 1814 si ebbe la nomina a Vescovo di mons. Sergio.
In questo clima, con Bolla di Gregorio XVI del 20 maggio 1844, vennero riformati i confini delle Diocesi siciliane. La Diocesi cefaludense venne a perdere le Città di Castelluccio, Cerda Villaura, Mistertta, Motta d'Affermo, Pettineo, Reitano, S. Stefano di Camastra, Tusa, e Vallelunga. Le furono assegnate le Parrocchie di Alimena, Bompietro, Castelbuono, Gangi, Geraci Siculo, Petralia Soprana, Petralia Sottana e S. Mauro Castelverde. <I nuovi comuni passarono sotto la giurisdizione della Diocesi cefaludense nelle seguenti date: Petralia Sottana (18.5.1845), Alimena (24.5.1845), Bompietro (26.5.1845), Petralia Soprana (27.5.1845), Gangi (3.6.1845), Geraci Siculo (9.6.1845), S. Mauro castelverde (13.6.1845), Castelbuono (18.6.1845). I nuovi comuni passarono alla nostra Diocesi dopo la visita del Vicario Generale D. Vincenzo Presti, Procuratore del Vescovo Visconte Maria Proto.
Nel 1885 la Diocesi comprendeva 22 paesi, contava 159.150 fedeli con 501 Presbiteri tra secolari e religiosi e c'erano 265 tra Chiese ed Oratori. L'ultimo atto nei contrasti Vescovo-Capitolo si ebbe tra il XIX e il XX secolo durante l'episcopato di mons. D'Alessandro. Questi venne fatto oggetto di contestazioni e polemiche e nel 1906 fu costretto a ritirarsi nella città di Palermo. Questi ultimi eventi portarono la S. Sede ad inviare un visitatore apostolico nella persona del P. Bresciani. Egli, nella sua relazione non esitò a sottolineare la bontà del Vescovo D'Alessandro e le ingiustizie di cui venne fatto oggetto. Il 2 febbraio 1908 faceva il suo ingresso solenne il nuovo Vescovo, Fr. Evangelista Sansoni. Terminavano le contese e si apriva una nuova pagina nella storia della Diocesi. Era l'inizio di una riforma che per certi aspetti avrebbe anticipato quella del Vaticano II.

7. 1906-1969: La grande riforma
La storia della Diocesi per i primi decenni del XX secolo fu segnata da una intelligente opera riformatrice condotta da tre Vescovi: fr. Anselmo, mons. Pulvirenti e mons. Cagnoni.
L'aretino Fra Anselmo, dell'ordine dei Frati Minori e dottore in Sacra Teologia, fu un Vescovo povero che divenne voce dei poveri. Non esitò ad affrontare incenti spese per ospitare nel suo palazzo i terremotati di Reggio e Messina colpiti dal Sisma del 1908. Dopo appena tre mesi dal suo ingresso annunciò la visita pastorale alla Diocesi che non volle svolgere in vane parate, saluti effimeri, feste clamorose, complimenti d'uso. La visita gli consentì di conoscere la Diocesi e i tanti suoi problemi. Tra questi quello relativo al Capitolo della Cattedrale che non aveva degli statuti scritti ma viveva di tradizioni. Fra Anselmo chiese e fece in modo che il capitolo avesse degli statuti che lui stesso approvò. La sua attività si rivolse principalmente nel fare incontrare i sacerdoti della Diocesi. Convocò un Congresso Eucaristico e organizzò incontri con i Parroci della Diocesi che in questo periodo contava 300 presbiteri. Indisse il Sinodo Diocesano per il 18 aprile 1915 per il quale istituì tre commissioni che ne prepararono i relativi decreti sinodali. Purtroppo la guerra non solo impedì la celebrazione sinodale, tanto che il 3 aprile 1915 Fr. Anselmo comunicò il Decretum de differenda Synodo Diocesana, ma segnò duramente lo stesso Vescovo tanto da condurlo alla morte dopo 14 anni di episcopato. Nel suo scarno vennero trovate poche lire.
Il successore, mons. Giovanni Pulvirenti già vescovo di Anglona e Tursi in Basilicata, proseguì l'opera di riforma: diede impulso all'Azione Cattolica; riordinò l'insegnamento catechistico parrocchiale; organizzò il funzionamento degli Oratori e dei Circoli Giovanili Cattolici; istituì gruppi parrocchiali di donne e uomini cattolici; indisse un Convegno Diocesano Giovanile e nell'occasione costituì la federazione dei Circoli Cattolici della Diocesi cefaludense. Nominò un vicario curato per la Parrocchia della Cattedrale e inaugurò l'oratorio festivo per i ragazzi.Una mortale malattia ne arrestò l'opera.
Il successore, mons. Emiliano Cagnoni, nell'operare un sapiente impulso dal punto di vista teologico indirizzò la sua attività su tre linee: curia e parrochie, seminario e promozione culturale dei presbiteri, associazioni laicali. Riorganizzò, infatti, la curia escovile, riordinò il territorio delle Parrocchie fondandone di nuove, riassettò l'Associazionismo cattolico e in particolare le confraternite laicali; impresse impulso comunionale tra il clero per il quale convocò a Cefalù dei Convegni. Avanzato negli anni gli venne dato come Ausiliare, e successivamente Amministratore Apostolico, il Rettore mons. Calogero Lauricella.

8. La Diocesi all'indomani del Vaticano II
Mons. Cagnoni partecipò al Concilio Vaticano II ma chi inizio l'applicazione del Concilio in Diocesi fu mons. Lauricella che il 30 maggio 1970 venne nominato Vescovo di Cefalù. Del periodo di rinnovamento conciliare è impossibile farne sintesi se non dicendo che a a mons. Lauricella succedettero: mons. Salvatore Cassisa (1974-1978), trasferito a Monreale, e mons. Emanuele Catarinicchia (1978-1987), trasferito a Mazara del Vallo. Il 16 luglio 1988 venne eletto alla Diocesi cefaludense il Vescovo Mons. Rosario Mazzola che iniziò il Suo Ministero Episcopale il 17 settembre dello stesso anno.

Dal 18 marzo 2000 è Vescovo della Diocesi di Cefalù Mons. Francesco Sgalambro, 66° Vescovo della Diocesi di Cefalù